Come costruire l'unità
L’unità-distinzione può considerarsi un problema e può manifestarsi un mistero.
Per cercare una possibile spiegazione la paragoniamo con un’altra questione.
Che cos’è la pace?
La domanda è un problema, mentre se io faccio la pace con il mio prossimo e se riesco anche a concluderla, tanto che la posso confermare in un contratto alla presenza di testimoni, alllora, in questo caso, supero qualsiasi dubbio su quel mistero che era per me la pace.
Altrettanto e a maggior ragione è quella risposta alla domanda che cosa sia l’unità. Se non la si costruisce, non la si sperimenta, se non la si sperimenta, non la si conosce e, quindi, non si può capire e non si può spiegare.
Come faccio io l’unità con me stesso?
La risposta è semplice. Io tutti i giorni eseguo fatti e dico parole che manifestano atti del mio esistere, come espressione delle facoltà donatemi dal mio essere (natura), ordinate dal volere del mio spirito.
In pratica, come avviene tutto questo?
La mia natura fa dono all’esistere delle sue facoltà e l’esistere le traduce in qualità. Una volta compiuto questo processo l’essere ‹vede› nell’esistere quel qualcosa di quel suo essere che si è fatto esistenza. Ora, ripetendomi, se l’essere vede nell’esistere se stesso chiarito, compreso vissuto, ovverosia vede più essere e insieme più esistere o, in altre parole, se vede sé nell’esistere, allora vede l’unità, perché vede nello stesso tempo e insieme l’essere sé e l’esistere sé, fatti uno secondo l’ordine dello spirito.
Qualcosa di analogo avviene tra me e il mio interlocutore ai fini della costruzione dell’unità-distinzione con lui. Quando io vado dal mio interlocutore per donargli me stesso ed egli lo accoglie, allora io spontaneamente e sorprendentemente ‹vedo› me stesso vissuto da lui: vedo me e vedo lui come me; vedo lui e capisco meglio me, anzi, capisco lui unito a me ed io ordinato all’unità con lui. In questo caso è evidente che l’unità è cresciuta, ma che nello stesso tempo anche la distinzione è più grande, come un aumento del particolare di ciascuno assunto nell’unità. Nel caso invece che non avvenisse in questo modo, bisognerebbe concludere che io sono andato da lui, non per donare me, ma per imporre me stesso oppure, per necessità, di sottopormi al suo dominio. Nel primo caso questa imposizione mi fa vedere ancora me stesso, ma solamente me, e non un me accolto e vissuto dall’altro, al punto che se il rapporto assomiglia ad una unità lo è solo in apparenza e più propriamente consiste in una confusione; mentre se io vado dal mio prossimo per necessità cerco un me stesso in un diverso da me che non ha ricevuto il mio dono, ma la mia pretesa e, anche in questo caso, non c’è unità, ma un supposizione falsa e artificiale.
Da questo schema che descrive come avviene la pratica dell’unità è facile risalire al significato ed al valore dell’unità, illustrandola per se stessa come idea. Abbiamo visto che l’unità consiste nel vivere sé nell’altro e l’altro in se stessi, in questo senso si parla di distinzione e solo secondariamente di unità ma, poiché la distinzione è vissuta da due che sono diventati uno si può parlare di una unità che ci fa conoscere non due persone, ma l’‹uomo› dei due, ovverosia l’‹idea› dei due singoli uomini. Non si tratta di una idea immaginaria, o costruita artificialmente, o ricavata per estrazione dall’uno e dall’altro, ma di una realtà, che ha il suo fondamento in re, ovverosia nell’unità, che consiste nel vivere l’altro nell’uno e sé nello stesso uno, perché i due si sono fatti dono l’uno per l’altro. Con parole diverse, questo dono reciproco ha fatto diventare la distinzione unità e i due diversi sono diventati l’‹uomo› unico, che non è solamente idea, ma è soprattutto ‹ideale›. Si tratta di quell’uomo scelto insieme dai due che è ‹vero› e non solo veritiero, perché è riconosciuto confermato ed ‹eletto› da ciascuno dei due singolarmente e, nello stesso tempo, insieme.
È questo riconoscimento di sé nell’altro e dell’altro di riflesso in sé che traduce la virtù dell’unità in quell’ordine che é la premessa e il compimento dell’unità stessa. Senza la virtù della fiducia, della dilezione e della speranza, non c’è nemmeno l’unità, ma semmai una organizzazione artificiosa di persone necessitanti oppure necessitate da altri pochi che la impongono altrettanto artificialmente.
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martedì 16 marzo 2010
Uno - molteplice
Differenza tra unità e insieme
Tra la parte e il molteplice c’è sempre contraddizione quando si considera l’una si esclude l’altro e tra i due c’è una frattura invalicabile. In altre parole non si può scegliere la parte se si vuole afferrare il molteplice e viceversa. Questo, tuttavia solamente nel regno dell’esperienza, ovverosia in quel mondo che appartiene a un esistere senza unità con lo spirito e l’essere. L’uomo che si ferma con le sue considerazioni nell’analisi deduttiva della realtà seziona l’insieme in tante parti e studia quali siano le condizioni del loro rapporto.
Egli, invece, può anche usare il procedimento inverso. In questa seconda evenienza egli può inseguire i rapporti che le parti hanno tra loro per conoscere il loro costituirsi in un insieme ma, in questo caso, deve rinunciare a fermarsi sul particolare. C’è infine una terza possibilità. Egli può ordinarsi in seno alla realtà e può conoscere una realtà ordinata.Quando analizza definisce e si separa dall’insieme.
Quando sintetizza unisce, ma egli non fa ancora parte dell’insieme. Quando invece si ordina trova nello stesso tempo anche il suo posto nell’unità e non rimane un osservatore estraneo dell’insieme.
Che differenza c’è tra unità e insieme?
Nell’unità c’è anche l’intervento dello spirito e l’opera delle virtù. Il rapporto basato sulle virtù non è solo analitico o sintetico, ma è nello stesso tempo elettivo ed estensivo, ovverosia è comprensivo.
Per capirlo non basta la sola ragione, ma è necessario il giudizio analogico, che non è solamente analitico. L’analogia permette di vedere un disegno che si può sempre ritrovare nelle particolarità e nello stesso tempo nell’unità. In questo senso, lo spirito con cui ci si rivolge alla realtà è giusto ovverosia rispetta le realtà nelle proprietà del loro essere e quindi valorizza le particolarità, ma non le separa in parti e, nello stesso tempo, è magnanimo e non preclude il loro estendersi in una unità per mezzo dell’esistere. Mentre qualsiasi definizione logica separa e ogni proprietà potenziale definisce, lo spirito invece non si ferma in un condizionamento, ma accompagna ogni definizione al compimento dell’unità.
L’esempio tipico (analogico) è quello dell’amore di una mamma che ama ciascun figlio come se fosse l’unico particolare del momento, ma non si dimentica degli altri, perché con lo stesso amore e nello stesso tempo, ama tutta la sua famiglia nel suo ‹essere›, che è una unità indivisibile.
Tra la parte e il molteplice c’è sempre contraddizione quando si considera l’una si esclude l’altro e tra i due c’è una frattura invalicabile. In altre parole non si può scegliere la parte se si vuole afferrare il molteplice e viceversa. Questo, tuttavia solamente nel regno dell’esperienza, ovverosia in quel mondo che appartiene a un esistere senza unità con lo spirito e l’essere. L’uomo che si ferma con le sue considerazioni nell’analisi deduttiva della realtà seziona l’insieme in tante parti e studia quali siano le condizioni del loro rapporto.
Egli, invece, può anche usare il procedimento inverso. In questa seconda evenienza egli può inseguire i rapporti che le parti hanno tra loro per conoscere il loro costituirsi in un insieme ma, in questo caso, deve rinunciare a fermarsi sul particolare. C’è infine una terza possibilità. Egli può ordinarsi in seno alla realtà e può conoscere una realtà ordinata.Quando analizza definisce e si separa dall’insieme.
Quando sintetizza unisce, ma egli non fa ancora parte dell’insieme. Quando invece si ordina trova nello stesso tempo anche il suo posto nell’unità e non rimane un osservatore estraneo dell’insieme.
Che differenza c’è tra unità e insieme?
Nell’unità c’è anche l’intervento dello spirito e l’opera delle virtù. Il rapporto basato sulle virtù non è solo analitico o sintetico, ma è nello stesso tempo elettivo ed estensivo, ovverosia è comprensivo.
Per capirlo non basta la sola ragione, ma è necessario il giudizio analogico, che non è solamente analitico. L’analogia permette di vedere un disegno che si può sempre ritrovare nelle particolarità e nello stesso tempo nell’unità. In questo senso, lo spirito con cui ci si rivolge alla realtà è giusto ovverosia rispetta le realtà nelle proprietà del loro essere e quindi valorizza le particolarità, ma non le separa in parti e, nello stesso tempo, è magnanimo e non preclude il loro estendersi in una unità per mezzo dell’esistere. Mentre qualsiasi definizione logica separa e ogni proprietà potenziale definisce, lo spirito invece non si ferma in un condizionamento, ma accompagna ogni definizione al compimento dell’unità.
L’esempio tipico (analogico) è quello dell’amore di una mamma che ama ciascun figlio come se fosse l’unico particolare del momento, ma non si dimentica degli altri, perché con lo stesso amore e nello stesso tempo, ama tutta la sua famiglia nel suo ‹essere›, che è una unità indivisibile.
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